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venerdì 30 settembre 2016

Recensione: Chi sta male non lo dice - Antonio Dikele Distefano.

Mi hanno sempre rimproverato qualcosa e io allora provavo a scendere a compromessi con me stesso limitando i lati di me che potevano risultare fastidiosi. Ma era inutile perché ogni volta ne trovavano altri. Ho capito poi, dopo tanti tentativi, che non dovevo per forza cambiare me stesso, che sarei stato più felice se mi fossi scelto un po’ di più, ogni tanto.” 
Chi sta male non lo dice è una novella, un racconto breve. Una richiesta di aiuto. Chi sta male non lo dice è la prova che si può essere in due, ma si soffre da soli. 
Di cosa parla Distefano in questo libro? Come i due precedenti, ci racconta di una storia finita, dell'amore quando smette di esistere. Del guardare in faccia la realtà. 
Perché quando una persona sta bene non ha bisogno di nessuno? Perché se si trova di meglio, quello che per noi era tutto si lascia perdere? Perché chi sta male non lo dice?
 “Che sei bella lo sanno tutti. Ma non tutti sanno che quando ti bacio tra l’orecchio e il collo fai una smorfia di piacere, che di notte anche quando non c’è “nessuno parli a bassa voce come a non voler disturbare, che ti addormenti di colpo e respiri piano, che tieni gli occhi chiusi quando baci e le mani sul mento di chi baci. Non sanno che vuoi sentirti protetta, che sei sensibile. Non sanno che provi i brividi se ti bacio sulla schiena, che quando te ne vai, poi fai venire voglia di vederti ancora.” 
È giusto tradire? È giusto uccidersi quando la vita si fa più complicata? Prendersela con le persone per colpe che si hanno commesse?
In ogni libro, Distefano ci mostra la linea sottile che separa la felicità dalla tristezza, lo stare insieme dall'abbandono. È giusto cercare quando non si possiede più nulla? 
Ma Chi sta male non lo dice, parla anche di altro. Come può sentirsi una persona definita 'nero che vuole essere italiano'? Cos'è il razzismo? Come si vive in una città di delinquenti? Una città di drogati, di malfattori, di ladri. Come si fa a vivere?
In ogni suo libro l'autore mette un po' di sé, i suoi pensieri, la sua versione. Cosa pensa della vita, dell'amore. 
Nessuno si salva da solo, la felicità non è gli altri, ma non è nemmeno sé stessi. 
Sorridiamo perché ci hanno insegnato a farlo, perché se abbiamo bisogno di sfogarci, ci dicono che poi tanto passa e non di piangere per sfogarci. 
Viviamo perché ci hanno dato la vita, e non perché abbiamo bisogno di farlo. 
Ci innamoriamo delle persone sbagliate consapevoli, sapendo che finirà. 
Stiamo male perché ci sentiamo in colpa della troppa felicità, e ci lasciamo sopraffare da qualsiasi emozione. Quando dovremmo essere noi a regnare su di loro. 
“Ti inumidisti le labbra e con amarezza mi dicesti “tu non devi aiutarmi. Smettila di parlarmi come se fossi malato. Io so cosa devo fare, lasciami in pace, cosa vuoi da me?”. Io da te non volevo nulla, o forse solo stare bene, nient’altro. Non pretendevo che curassi le mie ferite e nemmeno che mi insegnassi che non ero capace “di sentirmi viva da sola, che le storie d’amore non sono altro che storie di vita destinate a finire. Non volevo niente, perché quando mi sono aspettata qualcosa, la vita mi ha risposto “tanto non succederà”, perché quando ho provato a essere felice, ho capito che mi sarebbe bastato solo stare meno male. Perché quando mi sono innamorata, ho capito che da me si può solo fuggire.”

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